sabato 8 ottobre 2016

Momijigari: ammirare l'autunno


Cito da "Viaggigiappone.animeclick.it":

"L'autunno è arrivato. Le giornate si accorciano, le temperature scendono, spesso piove. Nemmeno il tempo di pensarci e sarà Natale. E magari inizieremo ad organizzarci per partire per il viaggio dei nostri sogni, quello che ci porterà ad ammirare i ciliegi in fiore dall'altra parte del mondo, per poter dire anche noi di aver ammirato l'hanami.
Ma il Giappone è ricco di sorprese! I suoi abitanti infatti hanno da sempre una vera e propria passione per la contemplazione della natura e le sue manifestazioni: dallo splendore dei fiori alla freschezza dell’acqua, dalle montagne impervie alle ampie pianure. Osservando la natura tutto può acquistare un significato, perchè, anche se breve, la vita è una e va vissuta appieno e con gusto, esattamente come si può ammirare un bel fiore, anche se il giorno dopo sarà appassito.
Anche l’autunno perciò ha una sua ragione d'essere: la natura, pur preparandosi a "morire", è degna di essere osservata. Anche perchè nel buddismo, la morte è speranza di rinascita. Sia per questo, sia perché anche l’autunno offre piccoli capolavori di bellezza, come la primavera ha il suo hanami, così l’autunno porta i giapponesi a spostarsi fuori città, nei boschi e sulle montagne per fare il cosiddetto Momijigari.
La parola Momijigari significa letteralmente “caccia all’acero giapponese”: infatti Momiji significa acero (ma anche più in generale tutte le foglie autunnali, giacchè l'etimologia della parola "momiji" risale all'antico termine "momizu", che significa "tingere di rosso"), mentre "gari" deriva dal verbo "karu" che vuol dire "cacciare". Ovviamente non si dà la caccia alle foglie per raccoglierle, ma si va a "caccia" degli alberi che si sono tinti di rosso semplicemente per godere del magnifico spettacolo che offrono.
Mentre l’hanami sembra essere nato in campagna e nei villaggi rurali per celebrare l'arrivo della bella stagione e come rito propiziatorio per un buon raccolto, il Momijigari è un rituale antico dalle origini aristocratiche. Si narra infatti che nell'era Heian (VIII-XII sec. d.C.) si diffuse fra i nobili come passatempo: ci si ritrovava sotto gli aceri per suonare, cantare o recitare poesie d’amore, cercando ispirazione nella contemplazione delle foglie tinte di rosso. Più tardi, nel periodo Edo (1603 – 1867), questa usanza si diffuse anche fra le gente comune, arrivando intatta fino ai giorni nostri.
Quindi in questo periodo i giapponesi si recano in massa a contemplare il Momiji, il cui nome scientifico è Acer Japonicum; si tratta di un albero della famiglia degli aceri, più piccolo rispetto a quello canadese e con foglie più strette ed affusolate che hanno la caratteristica di tinteggiarsi con molteplici sfumature: da infinite varietà di verde (da quello più tenue e vellutato al verde smeraldino, più intenso) a numerose tonalità di giallo e rosso passando per tutta la gamma degli arancioni. Durante questo sfavillante trionfo di colori si creano scenari splendidi sia in città che in montagna. E così come i fiori di ciliegio, anche le foglie di momiji al culmine della loro bellezza durano solo pochi giorni.
Al contrario dell'hanami, che inizia a sud per proseguire verso nord, il Momijigari inizia nell'isola di Hokkaido a partire dalla fine di settembre e poi tocca tutto il paese, per concludersi solitamente all'inizio di dicembre, quando le foglie cadono completamente. Questo spostamento della colorazione dei momiji, che attraversa l’intero Giappone da nord a sud, è chiamato koyo-zensen, letteralmente “previsione delle tinte autunnali”. Ogni sera, come per le previsioni meteo, i telegiornali forniscono un rapporto sullo stato dei momiji, con tanto di mappe dettagliate che mostrano il grado di colorazione raggiunto e le percentuali in ogni singola area. In questo modo si possono organizzare e pianificare meglio gite e scampagnate. Per i più tecnologici l'Ente Nazionale del Turismo pubblica sul proprio sito un calendario che permette di organizzare gli spostamenti nei periodi giusti e fornisce una Guida ai colori dell'autunno, in cui spiega quali alberi cambiano colore, dove e quando.
[...]
Seppur meno famoso dell'hanami, il Momijigari è un tratto distintivo della cultura giapponese che accomuna cittadini di ogni estrazione sociale. Le foglie rosse degli aceri sono evocate nelle più antiche raccolte poetiche come ad esempio il Manyoshu, la più antica antologia poetica giapponese che contiene circa 4.500 poesie e canti popolari, la maggior parte anonima. Delle foglie degli aceri si parla anche nel Genji Monogatari ('Racconto di Genji'), nel capitolo dal titolo Momijinoga ('La festa delle foglie rosse').
Gli appassionati di poesia possono risalire fino ai tanka (poemi di 31 sillabe) del VII secolo per trovare dei riferimenti mentre chi frequenta il teatro, sia il No sia il Kabuki, può assistere alla rappresentazione di un dramma tradizionale intitolato Momijigari.
Nelle stazioni ferroviarie compaiono confezioni regalo di dolcetti ispirati al momiji e sacchetti di foglie di acero fritte.
Ebbene sì, non avete capito male: con le foglie di acero si fa un'ottima tempura! Pare che questo piatto sia nato addirittura 1300 anni fa, quando un pellegrino preso dalla bellezza degli aceri della cascata Minootaki (vicino ad Osaka) decise di friggere alcune foglie nell'olio di colza e di condividerle con altri viaggiatori.
Dal 1910, in concomitanza com l'apertura di una stazione ferroviaria e di un parco vicino a Minootaki, ci fu un aumento del numero di turisti, molti dei quali affamati e ovviamente in cerca di souvenir. Quindi la tempura di acero iniziò ad essere venduta nei negozi lungo il sentiero che conduce alla cascata e la tradizione continua ancora oggi.
Solitamente si usa la varietà gialla chiamata Ichigyouji: si scelgono le foglie con la forma migliore, si lavano e si lasciano immerse in acqua e sale per circa un anno prima di essere fritte in olio di sesamo zuccherato. La panatura tende ad essere un po' più secca rispetto alla tempura standard e questo le rende perfette come spuntino."

A Roma esiste l'Orto Botanico che ha un giardino giapponese, toccherebbe vedere se ospita anche questo tipo di alberi. In tal caso sarebbe possibile osservare il Momijigari anche in Italia, altrimenti anche l'autunno nostrano ha tutto il suo fascino!

mercoledì 5 ottobre 2016

Distinguere le visioni dalle illusioni


Spesso ho scritto che è possibile utilizzare la meditazione per mettersi in contatto con Spiriti o Dei.
In questo caso si domanda ad alta voce di contattare l'Entità, quindi si chiudono gli occhi, si entra in meditazione concentrandosi sul respiro (si inspira e si pensa "inspiro", si espira e si pensa "espiro", concentrandosi solo su questo pensiero e ignorando tutto il resto) o sullo "schermo nero" dietro le palpebre (ovvero focalizzando la nostra attenzione su quel buio che vediamo dietro le palpebre quando chiudiamo gli occhi e ignorando ogni altro pensiero). Dopo un po' di tempo (solitamente attorno ai venti minuti) potranno arrivare delle visioni.

In questo caso come distinguere le visioni dalle illusioni del subconscio o dall'immaginazione?
Esistono alcune regole:

1) se abbiamo aspettative e vediamo ciò che ci aspetteremmo non è una visione ma immaginazione/subconscio. Perciò evitiamo di avere aspettative. Quando meditiamo facciamolo per amore della meditazione e senza pensare alla meditazione come a un fine per ottenere visioni.

2) se vediamo delle normali immagini mentali, non sono visioni. Le visioni sono improvvise, non vengono "a flusso di coscienza", quello è il subconscio. Di solito sono accompagnate da un senso di sorpresa, lo stesso che abbiamo quando ci viene un colpo di genio. Infine, non hanno la stessa nitidezza delle immagini mentali: le visioni sono molto più nitide, hanno dei colori più accesi, sembrano quasi fotografie rispetto alle immagini mentali.

3) sebbene possano arrivare anche sussurri, è ancora più difficile distinguere queste voci dai pensieri vocali, quindi suggerisco di ignorare in blocco eventuali messaggi uditivi/verbali e aspettare che il messaggio arrivi mediante visione.

Se il messaggio ci arriva solo mediante un sussurro, dobbiamo sapere che di solito i veri sussurri che non siano illusioni sono delle voci che percepiamo come esterne anche se le sentiamo dentro di noi, e valgono le stesse leggi di nitidità, arrivo improvviso, sensazione di sorpresa e assenza di aspettative.
Ma ripeto, nel caso dei sussurri la mente tende a ingannarci di più quindi sono sempre da preferire le visioni.

4) alle volte può capitare di percepire sensazioni o intuizioni al posto di risposte visive o sussurri. Anche qui sono più forti (nitidità) rispetto alle sensazioni normali e valgono le altre leggi di arrivo improvviso, sensazione di sorpresa e assenza di aspettative.

Contatto spiritico mediante Tarocchi e Pendolo



Come contattare uno Spirito o una Divinità usando tarocchi e pendolo?

In questo modo:

Prima di tutto si fa un'offerta all'Entità (ad esempio accendendo una candela del colore corrispondente e un incenso o le sue alternative in suo onore).
Dopo aver chiamato lo Spirito ripetendo il suo nome più e più volte fino a percepire la sua presenza (per maggiori informazioni si leggano gli articoli "Rituale di evocazione e contatto con Divinità e Spiriti" e "Dall'offerta meccanica all'evocazione: percepire gli Dei"), prendiamo il nostro mazzo di tarocchi e il nostro pendolo.

Facciamo una domanda allo Spirito o al Dio, mischiamo il mazzo, quando lo tagliamo dividiamolo in più mazzetti (solitamente 3) e con il pendolo vediamo quale dei mazzetti prendere (quello su cui si avvicina di più il pendolo).
Dal mazzetto scelto si tireranno fuori 3 o 4 carte che indicheranno la risposta dell'Entità.

Una variante di questa pratica consiste nel chiedere allo Spirito di guidare la nostra mano nella scelta delle carte del mazzetto selezionato dal pendolo, mazzetto che stenderemo sul tavolo e sopra cui passeremo con il palmo cercando di percepire qualche "sensazione particolare", che indicherà la scelta che l'Entità ha fatto per noi.

Quest'ultimo metodo richiede una certa dose di percezione psi, quindi è preferibile allenarsi con i test per la chiaroveggenza mediante le carte Zener per un po' di tempo prima di impiegarlo.

domenica 2 ottobre 2016

Tiptologia, ovvero contatto mediante tavole giranti, colpi e sollevamenti

Come si svolge una seduta di Tiptologia, ovvero di contatto spiritico mediante il sollevamento, la rotazione o altri movimenti dei tavoli?
In questo modo: si chiama lo Spirito e gli si chiede di manifestarsi, di dire con due battiti sì e con tre battiti no. Questo perchè un battito solo potrebbe essere un semplice errore, quindi è opportuno partire con due.
Quindi tutti i partecipanti si toccano per mignoli e le mani di ciascuno si toccano per pollici, le mani di tutti toccano il tavolo e mediante l'energia attivata dallo Spirito e fornitagli dalle mani, il tavolo si muoverà e farà dei battiti.

Riporto da "Il Libro dei Medium" di Allan Kardec, in proposito di questa metodologia:

"L’effetto più semplice, anzi uno dei primi che fu osservato, consiste nel movimento circolare impresso ad una tavola. Questo effetto si produce egualmente sopra tutti gli altri oggetti; ma essendo sulla tavola che si fecero maggiori esercizi, come oggetto più comodo, il nome di Tavole Giranti prevalse per la designazione di questo genere di fenomeni.
Quando diciamo che tale effetto è uno dei primi che siano stati osservati, vogliamo riferirci a questi ultimi tempi, poiché è ben certo che ogni genere di manifestazione fu conosciuto fin dai tempi più remoti, e non poté essere diversamente, dal momento che questi effetti, essendo naturali, dovettero prodursi in ogni epoca. Tertulliano parla in termini espliciti delle tavole giranti e parlanti.
Questo fenomeno alimentò durante qualche tempo la curiosità dei salotti, quindi fu abbandonato per noia, onde passare ad altre distrazioni, essendo esso tenuto semplicemente come soggetto di distrazione. Due cause contribuirono all’abbandono delle tavole giranti: la moda, per le genti frivole, che consacrano raramente due inverni allo stesso divertimento, e che ne consacrarono, per prodigio, tre o quattro al suddetto fenomeno. Per le persone gravi ed osservatrici ne uscì invece qualcosa di serio che prevalse; e se trascurarono poi le tavole giranti, fu perché si sono occupate delle conseguenze ben più importanti nei loro risultati: esse lasciarono l’alfabeto per la scienza. Ecco tutto il segreto di questo apparente abbandono, su cui gli scettici fanno tanto rumore.
Comunque sia, le tavole giranti restano sempre come punto di partenza della dottrina spiritica, ed a questo titolo dobbiamo loro alcuni schiarimenti, tanto più che presentando i fenomeni nella loro più grande semplicità, lo studio delle cause ne sarà reso più facile; ed una volta stabilita la teoria, avremo la chiave degli effetti più complicati. Perché si produca il fenomeno, è necessario l’intervento di una o più persone dotate di un’attitudine speciale e che vengono designate con il nome di medium. Il numero di coloro che vi cooperano è invece indifferente, se non fosse per il fatto che nella quantità si può trovare qualche medium sconosciuto. Quanto a coloro che sono del tutto privi di medianità, la loro presenza è senza risultato alcuno e forse più nociva che utile, per la disposizione di spirito che sovente vi apportano.
I medium godono, sotto questo aspetto, di una potenza più o meno grande, e producono in conseguenza effetti più o meno pronunciati; spesso un individuo, medium potente, produrrà da solo più che venti altri riuniti: basterà ch’egli posi la mano sulla tavola, perché questa si muova all’istante, si drizzi, si rovesci, faccia dei salti o giri con violenza.
Non vi è alcun indizio della facoltà medianica; l’esperienza sola può farla riconoscere. Allorché in una riunione si vuol provare, conviene sedersi semplicemente attorno ad una tavola, e posarvi sopra il palmo della mano, senza pressione, né tensione muscolare.
Agli inizi, allorché si ignoravano le cause del fenomeno, si erano indicate molte precauzioni riconosciute in seguito assolutamente inutili: tale sarebbe, per esempio, l’alternarsi dei sessi; il contatto dei diti mignoli di differenti individui, in maniera da formare una catena non interrotta. Quest’ultima precauzione parve necessaria allorché si credeva all’azione di una sorta di corrente elettrica: ma l’esperienza ne dimostrò in seguito l’inutilità. La sola prescrizione che sia rigorosamente obbligatoria è il raccoglimento, un assoluto silenzio e soprattutto la pazienza, se l’effetto si fa aspettare. Può darsi che esso si produca in qualche minuto, come può anche ritardare una mezz’ora o un’ora; ciò dipende dalla potenza medianica di coloro che vi partecipano.
Diciamo ancora che la forma della tavola, la sostanza di cui è fatta, la presenza di metalli, della seta nelle vesti degli astanti, i giorni, le ore, l’oscurità o la luce, ecc., sono altrettanto indifferenti che la pioggia ed il bel tempo.
Soltanto il volume della tavola ha una certa importanza, ma solamente nel caso in cui la potenza medianica fosse insufficiente per vincere la resistenza; nel caso contrario, una sola persona, un fanciullo, può far sollevare una tavola di 100 chili quando, in condizioni meno favorevoli, dodici persone non farebbero muovere il più piccolo tavolinetto ad un sol piede.
Stando così le cose, allorché l’effetto comincia a manifestarsi, si sente abbastanza generalmente un piccolo scricchiolio nella tavola; poi si sente come un fremito, che è il preludio del movimento.
La tavola sembra fare degli sforzi per districarsi, poi incomincia il movimento di rotazione; questo si accelera talvolta al punto di acquistare una tale rapidità che gli astanti hanno grande difficoltà a seguirlo.
Una volta stabilito il movimento, si può anche restare distanti dalla tavola,ed essa continua  tuttavia a muoversi in sensi diversi, senza contatto.
In altre circostanze la tavola si solleva, ora su un piede, ora su un altro; poi riprende dolcemente la sua posizione naturale. Altre volte essa si bilancia imitando il movimento del beccheggio e del rullio di una nave.Altre volte, infine, ma per ciò è necessaria una potenza medianica considerevole, essa si distacca interamente dal suolo, e si mantiene in equilibrio nello spazio, senza punto d’appoggio, sollevandosi talvolta anche sino al soffitto, in modo che, volendo, le si può passare sotto; poi ridiscende lentamente, bilanciandosi come farebbe un foglio di carta,ovvero cade violentemente e si spezza; il che prova, in maniera evidente, che non si è ingannati da un’illusione ottica.
Un altro fenomeno, che si produce spessissimo secondo la natura del medium, è quello dei colpi battuti nell’interno stesso del legno, senza alcun movimento della tavola [da parte di persone, perchè spesso gli spiriti muovono le tavole o usano l'energia dei presenti per muoverle e queste a loro volta producono colpi, n.d.t.].
Questi colpi, alcune volte debolissimi, altre volte assai forti, si fanno intendere egualmente negli altri mobili dell’appartamento, contro le porte, i muri ed il soffitto.
A questo fenomeno torneremo fra breve. Quando essi hanno luogo nella tavola, vi producono una vibrazione, che si può benissimo apprezzare con le dita e distinguere soprattutto quando vi si applichi l’orecchio."

mercoledì 28 settembre 2016

Meditazione osservando il cielo, le nuvole e le stelle


Io non penso che ci sia bisogno di una guida per dover capire come meditare osservando il cielo.
Penso che venga naturale rivolgere l'attenzione ad esso, alle nuvole, alle stelle.
L'unica cosa che distingue una meditazione da un semplice esercizio di libere associazioni è il restare concentrati su ciò che si osserva e non lasciarsi distrarre da altri pensieri se non ciò che si vede e il riconoscere la bellezza in ciò che si vede.
Le cose su cui ci si può concentrare sono:
- le nuvole, le loro forme (senza andare a pensare "oh quella mi sembra mia zia Giuseppina!" et similia!) e il loro colore
- gli uccelli che passano
- le stelle
- il colore del cielo in quel dato momento
- il colore del Sole in quel dato momento (soprattutto al tramonto e all'alba il colore è diversissimo)
- il colore della Luna in quel dato momento (soprattutto al suo sorgere e al suo tramontare)
- i pianeti
- gli stormi che arrivano alla mattina presto (da me circa verso le 5.30)
- le fronde degli alberi più alti che si muovono
- i profumi dei fiori degli alberi che ci arrivano.

Sicuramente c'è altro da osservare, da vedere, ma ogni cielo è diverso e ogni cielo va osservato.
Sarebbe bello farlo per almeno un quarto d'ora, per poi arrivare a mezz'ora.
Alleniamoci a vedere la bellezza, o perlomeno proviamoci!

Scatola e Pozzo dei Desideri

La Scatola dei Desideri e il Pozzo dei Desideri sono delle metodiche magiche impiegate per richiedere a un'Entità (solitamente la propria Divinità Patrona) di esaudire le nostre richieste.


Nel primo caso, ovvero quello della scatola, ci si procura una piccola scatola di legno richiudibile e la si prepara purificandola con acqua, sale, incenso e la fiamma di una candela.
Quando si vuole esprimere un desiderio, si accende la candela del colore corrispondente (o quella dell'Entità a cui si fa la richiesta o prima quella dell'Entità e poi quella della richiesta), si mette dentro alla scatola un fogliettino con scritta la richiesta e un oggetto simbolico o rappresentativo del desiderio. Quando la richiesta viene esaudita si tolgono il foglietto e l'oggetto rappresentativo dalla scatola e la si ripurifica in modo che sia pronta per un nuovo desiderio.

Come oggetti simbolici si possono inserire all'interno: pietre, erbe, foglietti di pergamena con scritto l'intento, simboli o sigilli specifici della richiesta.


Per creare invece un "Pozzo dei Desideri" in casa, si usa un recipiente (anch'esso prima purificato nello stesso modo della scatola), solitamente una ciotola, che viene riempito d'acqua.
Quando si vuole fare una richiesta alla propria Divinità Patrono si tiene in mano e si carica una moneta ripetendo il proprio intento fino a che non si sentirà la "giusta sensazione" (indice che la moneta è stata caricata correttamente) e la si tira dietro di sè, facendo in modo di centrare il Pozzo.

Quando il pozzo diventa abbastanza pieno, i soldi non vanno MAI usati per noi stessi ma andranno OBBLIGATORIAMENTE devoluti ai poveri.

Rituale di Invocazione o Possessione Rituale


Mentre negli articoli precedenti ho parlato di Evocazione, qui parlerò di Invocazione.
Sebbene con il termine Invocazione ci si riferisca spesso anche alla semplice recitazione di inni, in questo caso intenderò la parola nel suo senso etimologico, ovvero in-vocare, "chiamare a sè", qui da intendersi come "chiamare dentro di sè". Evocare invece deriva da ex-vocare, "chiamare fuori di sè".

La differenza ritualistica fondamentale tra l'evocazione e l'invocazione è che mentre durante la prima si può smettere di chiamare l'Entità quando si percepisce qualcosa, perchè indica la presenza e la manifestazione dello Spirito convocato, la richiesta che si fa durante un'invocazione deve continuare anche oltre i primi segnali, deve arrivare perlomeno fino a un momento in cui percepiamo le cose in maniera intuitiva, senza l'ausilio del pensiero, come se ci fossero infuse, come se avessimo già le risposte a tutti i nostri interrogativi, come se le conoscessimo intuitivamente, insomma un momento dove possiamo perlomeno sentire una unione parziale di coscienze, un accesso iniziale alla coscienza dell'altra Entità. Se possibile, però, dovremmo spingerci anche oltre questo punto, molto oltre. Il limite massimo nel quale ci fermeremo sarà o l'esaurimento totale (non parziale, perchè sicuramente chiamare e chiamare e chiamare è un lavoro faticoso e se ci fermiamo appena siamo stanchi non arriveremo mai al punto di far scendere in noi la Divinità) o la possessione, cioè il nostro obiettivo.

Per facilitare il raggiungimento di questo risultato si utilizzeranno vari canali (utili anche nella pratica dell'evocazione, a dire il vero):
- Il canale orale/vocale della ripetizione ritmica o cantata del nome o dell'inno;
- Il canale orale/vocale della ripetizione della preghiera o della richiesta di incorporazione;
- Il canale uditivo del tambureggiamento (di accompagno alle ripetizioni vocali, cercando di seguire lo stesso ritmo, preferibilmente uno di intensità crescente);
- Il canale tattile della purificazione (con acqua e sale, incenso, bagno o doccia) e dell'atto fisico dell'offerta;
- Il canale visivo, che consiste in un punto focale su cui rivolgere la nostra vista e attenzione durante il rituale, come ad esempio il sigillo, la statua o la fiamma della candela dell'Entità.

Tenendo presente tutto questo, ecco come procedere:

1) Purifichiamoci con un bagno, una doccia, acqua e sale consacrati o mediante il fumo dell'incenso.

2) Facciamo meditazione, non solo finchè saremo rilassati, ma fino a quando il nostro corpo si immobilizzerà da solo, la nostra concentrazione sarà totale sull'oggetto della meditazione (respiro, lo schermo nero dietro le palpebre, ecc.), ci sentiremo completamente in pace e magari se possibile percepiremo dei formicolii (dovuti proprio all'immobilità del corpo). Solo a questo punto saremo in trance, e solo dopo essere entrati in trance potremo iniziare il rito (perdendo certamente un po' di concentrazione nell'esecuzione ma non è importante).
Solitamente è difficile concentrarsi sapendo che subito dopo si deve fare qualcosa, perciò mentre ci concentriamo dimentichiamocelo, pensiamo "ah sì non è importante il rito, posso pure evitarlo, se ci impiego ore e faccio solo meditazione saltando il rito andrà bene comunque, tanto al massimo lo rifaccio il giorno dopo".

3) Accendiamo una candela del colore corrispondente alla Divinità (se non lo conosciamo va bene bianca) e quindi accendiamo anche dell'incenso in suo onore (o altre offerte alternative all'incenso, che si trovano elencate nel post "Alternative agli incensi"), dicendo:
"Antico Dio/Antica Dea [nome della propria Divinità Patrono], ascolta la mia preghiera e fai che la mia voce giunga fino a Te. Ti offro quest'incenso, oh grandioso/a Nume, possa Tu gradirlo e rafforzare il legame che intercorre tra noi."

4) Cerchiamo di percepire già da subito il legame con la nostra o le nostre Divinità Patrono usando l'esercizio del Witches Foot pagano:
Uniamo le dita indice e medio, puntandole in alto sopra la nostra testa, e ripetiamo: "Questo Mondo".
Facciamole scendere in basso fino a sotto la vita dicendo: "L'Altro Mondo".
Portiamole adesso alla nostra spalla sinistra recitando: "[Nome della nostra Divinità Patrono]".
Portiamole adesso alla nostra spalla destra affermando: "[Nome dell'altra nostra Divinità Patrono]".
Se abbiamo una sola Divinità Patrono pronunciamo il nome in maniera più lenta permettendo alle dita di poggiarsi sulla spalla sinistra e finendo di pronunciarlo una volta arrivate a quella destra.
Quindi uniamo i palmi e recitiamo a mani giunte: "Fatemi percepire" (o "Fammi percepire" nel caso di una sola Divinità Patrono).
Infine apriamo le braccia a T e diciamo: "Il collegamento con Voi" (o "Il collegamento con Te" nel caso di una sola Deità).
A questo punto chiudiamo gli occhi, inspiriamo profondamente, concentriamoci sulle nostre sensazioni e proviamo a percepire questo legame, questo collegamento.

5) Evochiamo l'entità, ovvero chiamiamola cercando di percepirla, recitando con molto pathos (e quando abbiamo finito di recitare ripetiamo e ripetiamo e ripetiamo finchè non sentiremo che la Divinità è arrivata - senza assolutamente fermarci un secondo prima di allora - neanche dopo ci fermeremo, ma proseguiremo con l'invocazione - e continuando a ripetere e ripetere con la stessa enfasi!):

"Io ti chiamo [nome della Divinità Patrono], io ti chiamo! Io ti chiamo, [nome], io ti chiamo! Io ti chiamo, [nome], io ti chiamo!
[Nome], [Nome], [Nome], [Nome], [Nome], [Nome] (e così via per un po')!
Signore/a del [Sole/Luna/vento/cielo/ecc.], Re/Regina del [Sole/Luna/vento/cielo/ecc.]!
Sovrano/a del [Sole/Luna/vento/cielo/ecc.], Dio/Dea del [Sole/Luna/vento/cielo/ecc.]!
Io ti chiamo, [nome], io ti chiamo!"

E così via, ripetendo (anche in ordine sparso) in maniera ritmica o celebrativa/solenne/declamatoria, ma sempre e comunque passionale, mettendoci cuore e anima, "infiammandoci" nel chiamare.
Se lo desideriamo possiamo anche aprire le mani a T o a V, oppure tenerle giunte, addirittura possiamo anche voler dondolare o muoverci con il corpo in accordo con quanto sentiamo.

6) A questo punto arriva il momento dell'invocazione. Porgiamo la nostra richiesta:

"Ti prego, [Nome della Divinità Patrono], prendi possesso del mio corpo!
Che le labbra con cui parli siano le mie labbra,
che la bocca con cui comunichi sia la mia bocca,
che la lingua con cui pronunci le parole sia la mia lingua!"

Quindi cantiamo ritmicamente, da lento a sempre più veloce: "[Nome della Divinità Patrono], entra in me! [Nome]! [Nome]! [Nome]!"

Ripetiamo incessantemente questa frase, con tutto il pathos e la concentrazione che abbiamo in corpo, senza farci distrarre un secondo da pensieri o da ciò che ci circonda, tenendo fisso lo sguardo sul sigillo/statua/fiamma della candela.

Questo canto ritmico può essere associato ai tamburi, che come detto prima sono un ulteriore canale uditivo.

Mentre chiamiamo e mantieniamo l'attenzione visiva, concentriamoci al contempo anche sulle nostre sensazioni: stiamo avvertendo dei cambiamenti?
Vi possono essere mutamenti nelle sensazioni, ma fintanto che il cambiamento che percepiamo non è l'unione, non è la possessione, dobbiamo continuare a ripetere e ripetere e ripetere. I segnali come sensazioni diverse, formicolii, modifiche della fiamma della candela, nella percezione della temperatura, voci, visioni, ecc. sono tutti segni che stiamo procedendo bene, ma non sono il "fine" dell'invocazione.

Come detto prima, infatti, "la richiesta che si fa durante un'invocazione deve continuare anche oltre i primi segnali, deve arrivare perlomeno fino a un momento in cui percepiamo le cose in maniera intuitiva, senza l'ausilio del pensiero, come se ci fossero infuse, come se avessimo già le risposte a tutti i nostri interrogativi, come se le conoscessimo intuitivamente, insomma un momento dove possiamo perlomeno sentire una unione parziale di coscienze, un accesso iniziale alla coscienza dell'altra Entità. Se possibile, però, dovremmo spingerci anche oltre questo punto, molto oltre. Il limite massimo nel quale ci fermeremo sarà o l'esaurimento totale (non parziale, perchè sicuramente chiamare e chiamare e chiamare è un lavoro faticoso e se ci fermiamo appena siamo stanchi non arriveremo mai al punto di far scendere in noi la Divinità) o la possessione, cioè il nostro obiettivo."

Quindi continuiamo a ripetere il canto ritmico, se possibile con tamburi africani di sottofondo, rimanendo concentrati sul punto focale fino all'esaurimento o alla possessione. A costo di restare ore e ore a ripetere, ore e ore non di ripetizione però meccanica, ma sentita, con sentimento, "infiammata", dobbiamo continuare a ripetere e a fissare fino al risultato voluto.

7) Ovviamente mentre ripetiamo e fissiamo il punto focale dobbiamo concentrarci sulle nostre sensazioni, in modo da vedere se si percepiscono differenze.

8) Dopo ore e ore di questo lavoro, non posso dire cosa seguirà. La reazione dipende da persona a persona, da Spirito invocato a Spirito invocato (o nel caso di una Deità, da Divinità chiamata a Divinità chiamata).
D'altra parte, quando riacquisteremo un minimo di lucidità dopo che l'invocazione sarà riuscita, dovremo assolutamente ringraziare per l'esperienza che ci è stata concessa. 
Inoltre, per cercare di tornare nel possesso totale del nostro corpo, reciteremo questa (o una simile creata da noi) formula (al massimo, se servirà, la ripeteremo, ma sempre con il dovuto rispetto!!):

"Grazie, [Nome della Divinità Patrono], per essere entrato/a in me.
Grazie per avermi omaggiato della tua presenza nelle mie umili membra.
Ora, ti prego, fammi tornare nel possesso completo del mio corpo!
Che le labbra di carne che hai mosso tornino ad essere le mie labbra,
che la bocca di carne con cui hai parlato torni ad essere la mia bocca
e che la lingua di carne con cui hai pronunciato le tue parole
torni ad essere la mia lingua."

9) Ringraziamo nuovamente, permettiamo all'Entità di andare, chiediamole di vegliare su di noi, spegniamo la candela e lasciamo consumare l'offerta (se d'incenso).
In caso di successo, faremo appena potremo, nel più breve lasso di tempo possibile, un rito di offerta o di evocazione con l'intento di ringraziare l'Entità per l'avvenuta invocazione/incorporazione/possessione rituale.